IL RAGAZZO DI CAMPAGNA // appunti caotici su radici e identità
- Luca Rambelli
- 30 gen 2025
- Tempo di lettura: 4 min
di Luca Rambelli
Vengo dalla campagna. Lo dico per darmi un’identità, un recinto in cui far pascolare al sicuro le mie insicurezze. Lo dico e lo ripeto soprattutto ora che mi ritrovo a ripensare a cosa fare della mia vita dopo l’università. Tra un mese mi laureo e non ho ben chiaro cosa succederà. Sicuro è che dovrò lasciare Bologna, la città che ho imparato a chiamare casa da cinque anni a questa parte.
Non è una separazione facile. In questi anni ho scoperto la bellezza della vita da fuorisede.
Posso cucinarmi da solo i pasti e decidere di mangiare meno carne senza dover combattere ogni volta una battaglia persa con mia madre sul giusto apporto di proteine perché senza un po' di carne poi non mi reggo in piedi e non studio bene e bla bla bla! Posso inoltre stare fuori la notte senza dover rispondere al fatidico messaggio che puntualmente arriva alle 2.23 ma dove sei? È tardi!
Posso darmi da solo gli orari, sbronzarmi anche il mercoledì e perché no, anche il giovedì, svegliarmi tardi per poi dilungarmi nelle mie attività anche durante le ore che mi hanno insegnato ad assegnare al pasto.
Una delle cose che preferisco dell’abitare in città è che tutto è a portata di camminata.
Abitando in un piccolo paese in campagna ho sempre dovuto usare la macchina per raggiungere la città o una qualsivoglia forma di vita umana, facendo crescere in me una cosi importante pigrizia che oggi la chiamo per nome e ci diamo del tu. Posso dire che a Bologna il mio culo si è alleggerito. Non devo più contare quei 40 minuti di tragitto tra andata e ritorno. Ora se mi si chiede di uscire posso essere al punto stabilito in pochi minuti, senza usare benzina e magari ascoltando qualche nuovo album mentre mi godo le strane facce della gente che cammina.
Eppure, fatte queste premesse, la vera fortuna di abitare a Bologna è la vicinanza a casa, alla mia amata campagna. Dopo qualche settimana è come se non riuscissi più a respirare, e non è a causa dello smog (che comunque oh, quanto smog). Mi sento come un cetaceo che sì, vive sott’acqua, ma ogni tanto deve anche uscire a prendere fiato.
Mi piace tornare dai miei genitori, dai miei nonni che mi abitano a fianco e che mi parlano in dialetto, dal cane, dalle galline che ogni tanto fanno un uovo che quando lo mangio mi da una goduria incredibile perché l’ho appena raccolto, dall’orto di mio nonno, che chiamo mio perché lo amo come se facessi qualcosa per migliorarlo ma in realtà lo venero solo e lo ringrazio delle buonissime verdure (metaforicamente, non immaginatemi parlare con un orto).
Non so se questo basti a definirmi ragazzo di campagna. Non so nemmeno se il mio interesse per il mondo rurale (sia da un punto di vista antropologico, delle memorie della storia contadina, sia scientifico-naturale, delle piante e gli animali) sia naturale o artificiale. Mi spiego meglio: non so se questo interesse sia un risultato artificiale del mio voler autodefinirmi ragazzo di campagna o se invece sia la base che poi porta ad autodefinirmi tale.
Rileggendo ciò che ho scritto mi sono accorto che è meno chiaro di prima. Va beh. Sono sicuro che qualcun altro simile a me capirà. Mi si potrebbe chiedere in che modo questa mia identità mi aiuta nel mondo di tutti i giorni: non saprei dirlo pragmaticamente, non sono un ragazzo pragmatico. Vivo molto nell’immaginazione, in un altrove, eppure so che proprio per questo, senza una definizione mi sentirei più smarrito. Ho bisogno delle radici. Non sopporterei l’idea di non averle. Forse perché mi interessa il passato (d’altronde studio storia all’università), qualsiasi passato ma soprattutto quello vicino a me, non in termini di tempo ma di spazio. I vari corsi che ho seguito mi hanno fatto capire che tutte le convinzioni sulle nostre radici sono spesso una bufala, una filastrocca da imparare a memoria che ci hanno insegnato in un tempo neanche troppo lontano per sentirci parte di un gruppo.
Ma va bene così.
I paletti mi aiutano a non impazzire, ad avere una base su cui appoggiarmi, a non avere sempre l’angoscia di dover decidere cosa essere e cosa fare. Autodefinirmi mi da un identità che separa naturalmente i miei interessi e i miei pensieri da quelli che non sono come me. Ovviamente non prendete il mio discorso troppo rigidamente. Non sono un nostalgico dell’autoritarismo. Non parlo solo con chi la pensa come me e soprattutto voglio potermi sbagliare, cambiare e contraddirmi. Anche perché non sono nemmeno sicuro di sapere com’è la gente come me. Forse è la gente che assomiglia a me, come ho detto in termini di interessi e pensieri. A quel punto però non esisterebbe una definizione generica. Non rientrerei più nel recinto semantico del ragazzo di campagna ma di quello di Luca Rambelli, cioè io.
Forse, dopo tutto questo discorso supercazzolato per farvi capire che non ho ancora capito chi sono; forse ,finalmente, l’ho capito.
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