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NOËL SUPERFICIEL

  • Eugenio Casadio
  • 11 gen 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 30 gen 2025

di Eugenio Casadio


     Ho sempre avuto un rapporto strano con questo periodo, quello che comprende il mio compleanno e il Natale. Come una lente di ingrandimento, magnifica le mie insicurezze e smaschera, per un poco, le mie autoillusioni. Ricordo quando, alle scuole medie, la professoressa di italiano lesse il mio tema sul Natale alla classe. Pensavo che, data la pubblica lettura, si trattasse di qualcosa di notevole, e ne ero molto compiaciuto. Ricevetti, sì, un ottimo voto, ma anche un giudizio che, sospetto, vive tutt’ora dentro di me. La prof lodò la mia capacità di cesellare frasi e periodi, concatenare subordinate senza perdere il filo del discorso e l’uso di un vocabolario inusuale per un ragazzo di 12 anni. Invitò i compagni a notare come non ci fosse bisogno di scrivere cose profonde, o sconvolgenti, per scrivere un buon tema. Che il mio testo e le opinioni che racchiudeva rimanevano sulla superficie “come olio sull’acqua”, ma un olio “bello, profumato”, scaldato alla tenera fiamma della Forma. Ricordo che cominciai a odiarla in quel preciso momento. Desiderai che smettesse di declamare, con la sua voce dolciastra da maestra di dizione, quelle frasi che ora mi sembravano le capriole leziose di un bambino viziato. Mentre i compagni mi guardavano, chi con indifferenza, chi con malcelato disprezzo, qualcuno forse con una punta di invidia, io accoglievo in me un affilato coltello da consegnare nelle mani del mio tribunale interiore. L’idea, il terribile sospetto, di non essere altro che un guscio vuoto, un cesellatore di - talvolta - giuste parole; l’ingiuria, insomma, della superficialità. Niente è così spaventoso in sé come ciò che ci si ostina a disprezzare negli altri.

Lo spettro della superficialità - o dell’autoinganno – mi perseguita tutt’ora, ma non solo per me il periodo natalizio è uno di insicurezza personale, che riporta a galla dubbi mai sopiti, vecchi mostri marini dimenticati da tempo. E proprio queste insicurezze e fragilità ereditate e cicliche segnano la sottile strategia di autoconservazione delle feste natalizie. Il Natale crea da sé stesso le condizioni della propria imprescindibilità. Ciò che ci respinge è ciò che immancabilmente non può che salvarci. La malinconia cura la malinconia, gesti superficiali esorcizzano la superficialità come un male necessario. Un rito di purificazione che trascina tutto con sé verso le cascate di un nuovo anno e una nuova speranza di scoprirsi di nuovo vivi. Amare il Natale per poterlo odiare, e dunque poterlo apprezzare nuovamente. A volte penso che non ci sia nulla di più autenticamente cristiano del Natale consumistico occidentale. Degli altari aghiformi adorni di palline luminose, sotto cui deponiamo il nostro senso di importanza, il nostro orgoglio e anche il nostro amor proprio, da sacrificarsi al Dio di tutte le cose semplici. Non so cosa ne penserebbe la mia professoressa, o forse sì, ma non ci voglio pensare. Sappia che non ce l’ho con lei: quel tema, probabilmente, era una vera merda. Buon Natale.

 
 
 

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La Teka è un progetto a cura del collettivo artistico Mosquitas Santas. 

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